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Ciclo XXI

  • Giordana Di Ermenegildo - La metamorfosi della storiografia cristiana in Spagna tra V e VII secolo

    La tesi si ripropone di delineare la metamorfosi della storiografia cristiana in Spagna tra V e VII secolo attraverso le opere di quattro autori: Idazio di Chaves, Giovanni di Biclaro , Isidoro di Siviglia e Giuliano di Toledo. Nell’analisi intrapresa vengono valorizzati quattro aspetti ritenuti utili al fine di definire in che modo gli autori, con i loro scritti, concorrono al mutamento. Il primo aspetto concerne il back-ground di compilazione, la ricostruzione del clima storico-politico e, soprattutto, gli intenti della volontà di scrivere storia. Lo scopo viene raggiunto mediante cenni biografici dei protagonisti e le specifiche delle loro qualità di intellettuali, le propensioni e i convincimenti politici, gli eventuali rapporti con il potere ed i ruoli assegnati a questi personaggi dagli avvenimenti. Il secondo aspetto messo in luce riguarda la tipologia delle opere analizzate, e la loro riconduzione a due diverse sottocategorie storiografiche: la chronaca e l’historia. Il terzo aspetto è inerente agli intenti che animano gli scrittori come uomini di chiesa: quale componente escatologica, se presente, è rintracciabile nella loro visione del mondo? Vengono infine esaminate le forme letterarie e linguistico-grammaticali della comunicazione.



  • Nicoletta Bonansea - SIMBOLO E NARRAZIONE: Linee di sviluppo formali e ideologiche dell’iconografia di Giona tra III e VI secolo

    La tesi intende analizzare lo sviluppo formale e ideologico dell’iconografia di Giona nell’arte cristiana tra III e IV secolo, al fine di mettere in luce alcuni aspetti sociali e politici del processo di cristianizzazione a Roma. L’iconografia di Giona compare nelle catacombe romane all’inizio del III secolo come un ciclo narrativo che mostra il profeta inghiottito e rigettato dal mostro marino e sdraiato sotto la cucurbita. Queste tre scene sono scelte per due ragioni: il loro valore simbolico – la morte e resurrezione di Cristo e la necessità di perdonare il penitente – e per le analogie formali con alcune iconografie funerarie tardo-ellenistiche che presentano la morte come un passaggio a una condizione beatifica. Tra III e IV secolo questa iconografia subisce cambiamenti formali intesi a rafforzare gli aspetti narrativi e descrittivi dell’immagine e il suo legame con il testo biblico. Durante l’epoca costantiniana l’iconografia di Giona ricorre su affreschi e sarcofagi romani con maggiore frequenza, ma senza sostanziali cambiamenti formali. Durante la seconda metà del IV secolo e specialmente durante il V e VI la diminuzione della sua diffusione è drastica. Lo sviluppo “biblicizzante” dell’immagine può essere spiegato come un’affermazione della propria identità culturale e religiosa da parte di gruppi cristiani che, grazie alle riforme amministrative di Diocleziano, emersero sulla scena socio-politica del III e IV secolo. L’espansione della produzione funeraria sotto Costantino riflette l’allargamento, ma anche l’arricchimento, di questi gruppi cristiani. La sua politica in favore dei cristiani potrebbe dunque essere interpretata anche come un modo per ottenere il supporto di queste nuove forze sociali. 

Ciclo XXII

  • Giulia Masci - Le elaborazioni teoriche della "romanizzazione" nelle fonti letterarie antiche



  • Edoardo Bianchi - Il rex sacrorum a Roma e nell'Italia antica

    Lo studio è essenzialmente dedicato alla figura del rex sacrorum, uno dei membri del collegio romano dei pontifices, di cui si ricostruiscono le funzioni per il periodo compreso tra gli inizi della repubblica e la tarda antichità. Una seconda sezione del lavoro analizza tutte le epigrafi che attestano l'esistenza di reges sacrorum in altre città dell'antico Lazio e dell'Etruria, vale a dire Boville, Tuscolo, Lanuvio, Velletri, Fondi, Formia, Tarquinia e Fiesole.

Ciclo XXIII

  • Riccardo Ampio - Il De laude sanctorum di Victricio di Rouen nel dibattito sul culto delle reliquie e sull’ascetismo in Occidente alla fine del IV secolo.

    Victricio (ca 330/340-ante 409), vescovo di Ratomagus (Rouen) è autore di un’operetta databile fra il 395 e il 397/8, comunemente intitolata De laude sanctorum, poiché l’elemento che maggiormente la caratterizza è l’elogio dei santi la gioia per l’arrivo delle loro reliquie, donate da Ambrogio e da altri tre vescovi. Particolarmente interessanti sono i capitoli 7-11 dell’opera, nei quali Victricio elabora una vera e propria teologia delle reliquie, con l’evidente tentativo di portare sul piano ontologico la virtù taumaturgica di esse. La prima tappa del mio lavoro è consistita nella traduzione del De laude sanctorum, la prima in lingua italiana, che ha consentito di individuare elementi originali rispetto alla traduzione in francese di R.Herval e a quella in inglese di G.Clark, sia nell’interpretazione del testo, sia nella costituzione di esso. Si è reso conseguentemente indispensabile un commento di carattere storico e filologico dell’opera, data l’assenza di precedenti significativi. Il dossier di Victricio è stato completato da uno studio attento delle epp. 18 e 37 di Paolino di Nola e della decretale di Innocenzo I. che hanno consentito di mettere in luce alcuni tratti della personalità dell’autore e di aggiornare la sua biografia con congetture verisimili. Queste due prime fasi sono state propedeutiche alla vera e propria analisi dei contenuti, da cui sono emersi alcuni temi di notevole interesse per la storia delle idee, anche per la loro originalità nel panorama della teologia martiriale. Tali temi costituiscono la prima sezione del lavoro, che si articola in tre capitoli , dedicati rispettivamente alla biografia dell’autore ( I.1 Le fonti; I.2 Il Victricio del De laude sanctorum; I.3 Il Victricio di Paolino), al suo profilo culturale (II.1 Il De laude sanctorum; II.2 La biblioteca di Victricio) e a Victricio come testimone della teologia e del culto dei santi nella Gallia della fine del IV secolo ( III.1 Il dibattito in Occidente sulla traslazione delle reliquie; III.2 Ambrogio, costruttore di chiese e primate della Italia annonaria; III.3 Victricio promotore del culto dei santi; III.4 L’adventus reliquiarum; III.5 Il vescovo di Rouen; III.6 La teologia delle reliquie; III.7 Il De laude sanctorum nel contesto delle polemiche religiose in Gallia). Seguono il testo latino, con le varianti da me proposte, la traduzione italiana ed infine il commento.



  • Alessandro Rossi - Muscae moriturae Donatistae circumvolant: identità “plurali” nel cristianesimo dell’Africa Romana e loro dialettica interna

    La mia ricerca ha esplorato la possibilità, anche in grazia di un percorso di aggiornamento relativo alle acquisizioni delle discipline storico-economiche, archeologiche e linguistiche degli ultimi decenni, di de-strutturare la costruzione ideologica delle fonti antiche sul donatismo; si è tentato di riconoscere l’attribuzione di senso e significato che agli avvenimenti diedero i protagonisti diretti, superando la deformazione prospettica operata da Ottato di Milevi e da Agostino. Questo percorso ha portato al riconoscimento di elementi della costruzione identitaria donatista finora rimasti al margine della ricostruzione storiografica, e a una più approfondita conoscenza dei metodi di “normalizzazione” impiegati dalla catholica dopo la Conlatio cartaginese del 411.



  • Eliana Stori - Tommaso in Siria: la ricezione del Vangelo secondo Tommaso nella letteratura cristiana di Siria (II-V secolo)

    Scopo principale della mia tesi di dottorato è l’indagine dei rapporti del Vangelo di Tommaso con la prima letteratura cristiana di Siria. Per far ciò ho dapprima analizzato la figura di questo apostolo così importante per il cristianesimo di Siria perché tradizionalmente ritenuto il fondatore della fede cristiana in questa regione. Nella seconda parte del mio lavoro mi sono invece concentrata sui paralleli tra il testo copto (e quando disponibile anche quello greco) del Vangelo di Tommaso con alcune opere appartenenti alla letteratura siriaca facendo una analisi sistematica di essi. Proprio questa è la parte originale della mia tesi: mancava infatti nel panorama degli studi una indagine approfondita in tal senso, essa è importante al fine di una miglior comprensione di questo testo così come del primo cristianesimo siriaco. La mia indagine ha preso in considerazione soprattutto quattro testi del primo cristianesimo siriaco che mostrano i maggiori legami con il Vangelo di Tommaso: il Diatessaron, armonia evangelica composta da Taziano, le Odi di Salomone, gli Atti di Tommaso e il Liber Graduum. Le conclusioni che ne sono emerse nella maggior parte dei casi esaminati non ci permettono di individuare una sicura conoscenza del Vangelo di Tommaso da parte delle opere esaminate, ma evidenziano lo stesso forti legami, forse frutto di tradizioni comuni.

Ciclo XXIV

  • Francesca Rocca - La manomissione degli schiavi in Grecia: libertà o liberazione?

    Il progetto di ricerca condotto nei tre anni di scuola dottorale concerne lo studio della manomissione degli schiavi nell’antica Grecia. La scelta dell’argomento è stata dettata dalla volontà di proseguire il lavoro avviato per il conseguimento della Laurea Magistrale. In questa occasione, infatti, avevo avuto modo di confrontarmi con le iscrizioni relative alla liberazione degli schiavi, rinvenute all’interno del santuario degli Dei Cabiri, sito sull’isola di Lemno. Proprio dal tentativo di contestualizzare i documenti lemni in un quadro più generale, è emersa la necessità di operare una serie di confronti affidabili con altre iscrizioni, che testimoniassero la prassi di concedere l’emancipazione agli schiavi nelle diverse regioni della Grecia. La ricerca per la quale ho avuto modo di lavorare durante questi anni di dottorato, pertanto, si è posta come obiettivo la comprensione della pratica della manomissione sulla più ampia scala geografica possibile e su un arco cronologico sufficientemente esteso. L’idea che ho cercato di ampliare nell’intera tesi mi sembra possa trovar un’iniziale espressione nella domanda: la manomissione degli schiavi nella Grecia Antica concedeva la libertà o, semplicemente, la liberazione? Il quesito può forse sembrare un inutile gioco linguistico, ma cela una serie di interrogativi concreti e molto spinosi. La manomissione garantiva realmente l’eleutheria allo schiavo? E soprattutto, in quale forma e con quali garanzie? Volendo semplificare: l’emancipazione che l’affrancato otteneva era concretamente sinonimo di assenza di vincoli, di integrazione e di “partecipazione”, in ogni regione e in ogni epoca? Lo studio dei testi epigrafici è stato basilare per arrivare a una risposta soddisfacente, ma si è anche rivelato un percorso ingannevole. Quando si prendono in mano per la prima volta i documenti relativi alla manomissione, infatti, si ha subito la sensazione di avere a che fare con un materiale particolarmente ripetitivo e perlopiù omogeneo. La struttura dei testi si compone di un formulario che si mantiene praticamente identico in aree geografiche talora molto distanti e in una forbice cronologica molto ampia. Anche i modi di affrancare, a prima vista, sembrano seguire le stesse regole. Per secoli, in gran parte delle regioni della Grecia continentale e insulare, ad esempio, si continua a manomettere all’interno dei santuari, consacrando i propri schiavi al dio. Dietro a questa omogeneità terminologica e dietro alla comunanza nella prassi, però, si cela un orizzonte giuridico sfaccettato. Le nozioni di diritto greco che ho avuto modo di acquisire dai manuali specifici, infatti, sottolineano con forza l’inadeguatezza dell’espressione “diritto greco”, favorendo invece una definizione che metta l’accento sulla molteplicità delle consuetudini vigenti in Grecia. Al netto di ciò, lo studio della manomissione, anziché semplificarsi, si complica: come si può conciliare, infatti, l’apparente uniformità riscontrabile nei formulari e nei modi di affrancare, con la moltitudine di esperienze giuridiche esistenti sul suolo greco? Per rispondere alla domanda è stato necessario esercitare il “mestiere dello storico” di cui parlava Momigliano e addentrarsi nel campo dell’interpretazione, che nell’analisi della condizione assunta dai liberti nelle diverse regioni della Grecia è stata fondamentale. L’obiettivo è ambizioso: si è infatti cercato di comprendere se dietro a un formulario tanto monocorde si nascondesse una reale comunanza di status o meno. In sintesi, l’obbligo di rimanere presso l’antico padrone aveva lo stesso significato a Lemno, nel I secolo a. C., e a Delfi, nel III a. C.? E inoltre: il termine apeleutheros definiva davvero lo stesso status, con gli stessi obblighi e gli stessi doveri, ad Atene e a Butrinto? L’unico modo per venire a capo della questione è stata l’attuazione di un’indagine delle realtà economiche e sociali che le diverse regioni rivelavano nell’arco dei secoli, nel tentativo di acquisire le competenze necessarie per portare avanti lo studio. L’articolazione dei capitoli segue il filo logico al quale ho tentato di tener fede durante la ricerca. Dopo una rapida presentazione dello stato dell’arte, che ha rivelato alcune lacune esistenti negli studi di settore, si è definito l’orizzonte cronologico e quello geografico ai quali estendere l’indagine. La scelta delle fonti da consultare, poi, ha occupato gran parte del capitolo sul metodo. Una volta chiarite le modalità con cui ci si è approcciati alla materia, sono stati presentati i capitoli dedicati alle caratteristiche comuni, così come emergono dallo studio dei testi epigrafici e letterari, e cioè i formulari e i modi di manomissione. Al quadro ateniese è stato invece riservato un capitolo a sé; le iscrizioni che attestano l’uso di dedicare una phiale argentea, del peso di cento dracme, da parte dei liberti citati in giudizio dai propri manomissori, sono molto complesse e hanno richiesto, pertanto, autonomia nella trattazione. Per proporre un’analisi di questi documenti, che abbia l’ambizione di essere completa, è stata poi fondamentale la revisione degli studi prosopografici condotti sui querelanti menzionati nei documenti. L’ultima sezione, infine, concerne le realtà giuridiche regionali, che la terminologia uniforme, impiegata per descrivere la condizione dei manomessi, in ambiti geografici talvolta molto differenti e nell’arco dei secoli, spesso nasconde.

 

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Ultimo aggiornamento: 13/04/2012 10:10
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